Il metodo TiPERSEI, UNA
TESTIMONIANZA
Il
metodo “TiPERSEI”, come oggi lo conosciamo, è il frutto di quattro anni di
sperimentazione. Come Studio VINCI la nostra gratitudine va quindi ai clienti
che, a partire dal 2008, hanno creduto nel progetto, ed hanno accettato di
lavorare con noi nella progressiva messa a punto del modello e dei suoi
strumenti.
Tra
questi clienti, un posto d’onore è stato occupato certamente da AIM Travel –
agenzia di viaggi del gruppo AIM – che nel biennio 2008-2009 ha costituito la
maggior “palestra” nella quale cimentarci con il nuovo metodo.
Abbiamo
intervistato Marzia
Folegani , all’epoca Managing Director di AIM Travel e nostra
principale committente.
D.: Dottoressa Folegani, nel biennio 2008-2009 abbiamo
portato avanti due grossi progetti, sul modello che poi avrebbe dato vita a
“TiPERSEI”: può descriverli ai nostri lettori, dal suo punto di vista di
committente?
R.: Sì, uno era rivolto a dodici persone che avevamo
selezionato per rivestire ruoli commerciali o di coordinamento commerciale. Il
secondo invece coinvolgeva l’intero gruppo dirigente, sei persone per quanto
concerneva AIM Travel – tra le quali io stessa - ed era focalizzato sui
comportamenti quotidiani da declinare nella gestione dei collaboratori. In
ambedue le esperienze, abbiamo progettato un percorso di formazione attraverso
riunioni brevi – di mezza giornata – intervallate da qualche settimana di
lavoro normale, integrate da percorsi di coaching individuale. Fu prevista sin
dall’inizio l’identificazione dei comportamenti-bersaglio – sui quali venne poi
strutturato il programma – insieme a una tutorship da parte del coach. Importante
sottolineare che, all’interno di ogni riunione, il tempo dedicato alla teoria
era limitato al massimo, per lasciare spazio alla sperimentazione e al
dibattito, e che tra una riunione e l’altra ogni partecipante doveva impegnarsi
nei “compiti a casa”, in termini di sperimentazione pratica di quanto appreso.
Inoltre, la grande maggioranza delle riunioni coinvolgeva piccoli gruppi – da
cinque a sei persone al massimo.
D.: A parte le due
diverse “popolazioni” e – ovviamente – i diversi obiettivi, quali furono le
differenze di metodo tra i due progetti?
R.: Direi che la differenza maggiore fu nel reclutamento dei
partecipanti. Mentre nel primo caso ci rivolgemmo a persone di elevato
potenziale, lasciandole completamente libere di scegliere se proseguire nel
percorso formativo o interromperlo, nel secondo caso tutti i manager del
gruppo, senza eccezione, vennero invitati a partecipare. E’ significativo
osservare che il successo fu notevole per entrambi, ma superiore nel progetto
dei commerciali: su dodici persone, ben otto raggiunsero gli ambiziosi
obiettivi che avevamo loro assegnato, e tutti e dodici scelsero di portare a
termine il progetto di formazione.
D.: Quali erano questi ambiziosi obiettivi cui ha fatto
cenno?
R.: Sarebbe lungo elencarli nel dettaglio, ma in estrema
sintesi si trattava di obiettivi qualitativi, che inquadravano il loro effettivo
impadronimento del nuovo ruolo: commerciale per alcuni, di coordinamento per
altri.
D.: Per rimanere a questo progetto di sviluppo dei candidati
a ruoli commerciali, dottoressa, che cosa ha potuto apprezzare in modo
particolare, da committente?
R.: Anzitutto un decisivo gap di efficacia rispetto a un
percorso di formazione tradizionale. Un gap che ho avuto modo di misurare.
D.: “Misurare”?
R.: Si, proprio misurare. Identificati alcuni parametri
cognitivi e comportamentali di efficacia, che dovevano essere stimati con una
metrica da uno a sette, essi venivano poi ponderati tra loro per ricavarne un
punteggio generale di
efficacia. Ottenuto questo valore, esso veniva incrociato con il costo della
partecipazione (in termini di costo “vivo” ma anche di tempo che le singole
persone trascorrevano in sala riunioni), per ricavarne infine un valore che
identificava il rapporto costi/benefici. Siccome nello stesso periodo stavamo
erogando corsi tradizionali a personale impiegatizio su temi quali il time
management, ebbi la possibilità di porre a confronto il metodo che ora chiamate
“TiPERSEI” con la formazione tradizionale. Il risultato fu davvero
sorprendente.
D.: Cioè?
R.: Il valore dell’efficacia per unità di costo di TiPERSEI
risultò quadruplo rispetto alla formazione tradizionale. Fu proprio questo risultato
che ci indusse a proseguire con entusiasmo la sperimentazione con lo Studio
Vinci.
D.: A cosa si sente di attribuire questa differenza di
efficacia?
R.: Anzitutto va detto che se si considera un valore di
costo che comprenda il tempo delle persone coinvolte nel progetto formativo, la
differenza di costo diventa sostanzialmente irrilevante. E’ quindi proprio un
gap di pura efficacia. Difficile misurare quali accorgimenti tecnici di
TiPERSEI contribuiscano maggiormente alla sua efficacia, ma la mia sensazione è
che sia molto importante la sinergia tra il coaching individuale, i momenti
collettivi di riunione e la tutorship continua da parte del coach. A proposito
di quest’ultima, essa fu preziosissima, perché da un lato ci consentì di
cogliere i segnali deboli che provenivano dalla popolazione coinvolta,
dall’altro rappresentò un valido strumento di riscontro dell’efficacia in corso
d’opera. Fu grazie ad essa che potemmo correggere leggermente, ma con tempestività,
il programma, in modo da garantire la massima efficacia nonostante qualche
errore di valutazione iniziale.
D.: Questo mi sembra un punto degno di approfondimento.
R.: Mi riferisco in
particolare al fatto che dopo le primissime riunioni emerse con chiarezza come
molti partecipanti avevano una sorta di blocco psicologico verso l’idea di
vendita. E’ un fenomeno abbastanza diffuso in Italia, probabilmente di origine
culturale: produrre è percepito come attività nobile, vendere invece è visto
come un’attività in qualche modo ai confini dell’etica professionale. Proprio
in virtù dell’attività di controllo del coach in quanto tutor potemmo
apprezzare il fenomeno, affrontarlo per tempo e porvi rimedio durante le
riunioni e i coaching. Ovviamente, in un corso di formazione tradizionale, che
ha luogo in un paio di giornate d’aula consecutive, ciò è molto più difficile.
E’ significativo che, alla fine del percorso formativo, furono proprio le
persone che avevano palesato maggiori perplessità di carattere etico ad essere
le più entusiaste ed efficaci nel proprio ruolo commerciale.
D.: Come giudica, in termini di efficacia, il fatto di aver
precisato sin dalla fase di progettazione i comportamenti/bersaglio in termini
di obiettivi?
R.: Fondamentale. L’aver precisato nel dettaglio i
comportamenti che ci attendevamo di osservare ex post conferì all’intero
progetto un pragmatismo particolare, ma soprattutto costituì una vera e propria
bussola, mettendoci nelle condizioni di stilare una tabella di marcia che
permise di oggettivare la stima dell’efficacia.
D.: Passiamo ora all’altro progetto, quello che la vide
coinvolta non solo come committente, ma anche come coachee – nel senso di
utente, sia di sessioni di coaching individuale, sia di coaching di gruppo. Mi
riferisco al percorso sul people management cui lei ha già fatto cenno.
R.: Anche qui, il gap di efficacia rispetto alla formazione
tradizionale superò il rapporto di uno a tre. Ma l’azienda se ne avvantaggiò sotto
molti aspetti. Per esempio, assistemmo a un crollo del turnover del personale,
con evidenti vantaggi in termini di costi. Il clima, la motivazione e
l’efficienza delle divisioni produttive, che da anni rappresentavano un
problema organizzativo notevole,
cambiarono radicalmente nel giro di 12 mesi, con un effetto che si
rivelò tra l’altro duraturo nel tempo. Del resto non deve sorprendere più che
tanto, se si pensa che clima, motivazione ed efficacia di un gruppo di lavoro
dipendono, anzitutto, dalle scelte, dagli atteggiamenti e dai comportamenti
manageriali di chi lo conduce.
D.: Ecco dottoressa, in questo secondo progetto lei, come
dicevamo, ha potuto prendere parte direttamente. Che cosa ne ha potuto
apprezzare, da utente?
R.: Beh, mi ha consentito di maturare la comprensione di una
serie di fenomeni sociali, dei quali avevo in precedenza delle sensazioni,
delle intuizioni diciamo, ma anche delle domande che erano sino a quel momento
rimaste senza una risposta chiara. Poi devo dire che alcuni contenuti
rappresentarono delle vere e proprie illuminazioni. Mi riferisco per esempio
alla differenza tra la leadership dissonante e quella risonante, o all’analisi
delle responsabilità rispetto alle proprie aree di influenza e di controllo.
D.: Che bilancio si sente di trarre, in sintesi estrema, da
quei due anni di sperimentazione del metodo TiPERSEI?
R.: Fu un’esperienza straordinariamente positiva, che diede
grossissime soddisfazioni a noi, voglio dire al gruppo di lavoro costituito da
me come committente e dagli specialisti dello Studio Vinci, ma anche alle
persone che coinvolgemmo nei due progetti di sviluppo.
Devo dire che per quanto riguarda loro, probabilmente il
lascito migliore fu costituito dall’aver conquistato un superiore grado di
consapevolezza dei propri mezzi, attraverso un netto miglioramento
dell’autoefficacia.
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