DALL'AMPIEZZA ALLA PROFONDITA'
NELLO SVILUPPO DELLE COMPETENZE
Ah, la cara vecchia Legge di Pareto! Sapete, quella per cui “la maggioranza delle conseguenze è determinata dalla minoranza degli eventi”? Ecco, parliamo proprio di lei.
Quando ero un giovane formatore di belle speranze (molti capelli neri in più e qualche chilo in meno), ritenevo un mio preciso dovere trasferire ai “discenti” – oddio che brutta espressione! – tutte le tecniche di cui si poteva palare in un corso di formazione.
Così per esempio un corso di
tecniche di vendita spaziava dalla preparazione della visita al cliente alla
fase di presa di contatto; dalle motivazioni di acquisto all’argomentazione,
dal linguaggio assertivo alle tecniche di gestione delle obiezioni, dalla
conclusione della vendita agli elementi non verbali e paraverbali.
L’esperienza mi ha poi insegnato
che si trattava di un enorme spreco di energie: come si poteva verificare
facilmente in affiancamento, il povero venditore si trovava a dover applicare
un guazzabuglio di nozioni e tecniche che si affollavano nella sua mente e che
cercava disperatamente di tenere presenti contemporaneamente.
Ma imparai con il tempo che le
tecniche base che possono fare la differenza nelle situazioni, nei mercati e
nelle aziende specifiche erano una esigua minoranza.
Ho portato le Tecniche di Vendita
come esempio, ma un discorso analogo può esser fatto per il Public Speaking, il
People Management, il Team working, e così via – in un prossimo post mi
addentrerò a parlare appunto del concetto di “fondamentali” del management.
Presi coscienza con il passare degli
anni che era assai più produttivo passare da un sviluppo delle competenze “in
ampiezza” al concentrarsi invece sulla “profondità”: anziché affrontare in
sequenza e con pari intensità di sforzo tutte o quasi tutte le tecniche,
conviene assai di più profondere il massimo impegno in termini di tempo,
esercitazioni, role playing eccetera eccetera soltanto sulle poche abilità che
contano.
Le quali sono poi quelle che
stanno a cuore davvero al cliente, quelle che vanno definite prima in sede di
progettazione dell’intervento formativo e che con il metodo TiPERSEI abbiamo
denominato “comportamenti bersaglio” (esiste una tecnica specifica che abbiamo
messo a punto per isolarle e descriverle, ma ne parlerò in un altro post).
La differenza è sostanziale,
perché in un “corso” l’impegno del trainer e dei trainee è spalmato e
indifferenziato su tutte le abilità, sicché in termini di efficacia l’apprendimento
rischia di non superare mai quella soglia critica che lo rende davvero
produttivo. Invece, concentrandosi su poche abilità “che contano”, si ottiene –
a parità di sforzo complessivo – di superare tale soglia quasi invariabilmente.

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