TEMPI “GEOLOGICI” PER
LE DECISIONI IN AZIENDA?
Proseguiamo la serie di post sulle
inefficienze causate dal comportamento quotidiano dei manager, in termini di
gestione dei collaboratori o di problem solving & decision making.
Tra
i tanti costi occulti presenti in azienda, ce n’è uno assai diffuso: quello
della lentezza nel prendere decisioni o
nell’applicarle, una lentezza che molti ritengono esasperante ma che nessuno,
apparentemente, sa come eliminare.
Semplificando
al massimo, si può dire che, nel caso della presa di decisioni, di norma questo
processo “sale” dal basso, nel senso che l’Alta Direzione perviene a una
decisione dopo aver raccolto informazioni ed ascoltato pareri provenienti da
coloro che direttamente rispondono ad essa: i manager di primo livello – i
quali a loro volta, per procurarsi informazioni, spesso consultano i propri
collaboratori.
L’applicazione
di decisioni già prese, invece, prosegue dall’alto verso il basso, a cascata: l’Alta
Direzione impartisce le necessarie istruzioni ai manager di primo livello i
quali a loro volta le trasmettono ai loro primi riporti, e così via a scendere.
In
entrambi i processi, il luogo in cui si concentra la maggior parte della
comunicazione è la
riunione. Ed è quindi
nella riunione che si possono osservare le ragioni dell’efficienza di
un’organizzazione oppure, al contrario, alcune tra le maggiori cause della sua
inefficienza.
Che
si tratti di decisioni routinarie o periodiche (come la stesura del budget), o
strategiche e straordinarie, i tempi possono fare la differenza tra il successo
e l’insuccesso.
Per
fare un esempio, ho visto miei clienti che iniziano a lavorare al budget
dell’anno successivo nel mese di luglio e si promettono ogni volta che il
documento finale verrà approvato entro la fine di ottobre, ma a Natale ancora
non è stato completato, con un ritardo minimo di due mesi e mezzo. Se questo ritardo riguarda tutte le
decisioni di rilievo, non c’è poi da stupirsi se quest’azienda è sempre in
ritardo rispetto al mercato, ai concorrenti o semplicemente rispetto alla
necessità di fronteggiare, poniamo, un repentino aumento dei costi, con le
conseguenze che è facile immaginare sul conto economico d’esercizio.
Di
recente, un’azienda ha rimandato per mesi l’approvazione di un progetto
formativo (doveva essere approvato in giugno, è stato approvato in ottobre):
nel frattempo gli enti finanziatori hanno imposto un drastico taglio al loro
budget, con il risultato che il progetto è stato poi finanziato a metà. Un
danno di migliaia di euro.
All’estremo
opposto, ci sono aziende in cui l’Alta Direzione, in nome del decisionismo,
semplicemente non fa quasi riunioni, prende decisioni senza le informazioni
necessarie e senza consultare prima coloro che poi dovranno applicare le
decisioni stesse: il che spesso significa che non verranno applicate
correttamente, o che si rivelano inapplicabili o addirittura sbagliate. Ma non
è questo il caso che vogliamo analizzare qui.
Dicevamo
delle riunioni. Le ragioni dell’inefficienza possono annidarsi proprio lì: riunioni alle quali le persone arrivano
impreparate, cioè senza le informazioni necessarie; riunioni in cui il dibattito non è moderato
efficacemente, per cui si risolvono in una replica inconcludente delle
assemblee di condominio; riunioni in cui l’unico obiettivo è mettersi al
corrente l’un l’altro dello stato di avanzamento dei lavori nei più piccoli
dettagli, sicché dopo dodici ore di meeting le persone, annoiate e stravolte,
hanno ascoltato sì e no un terzo di quanto si è detto; riunioni che si concludono senza una conclusione,
cioè senza nessuna decisione né alcuna azione che sia stata ufficialmente
statuita per dare seguito alla riunione stessa… e l’elenco delle magagne
potrebbe continuare a lungo.
Spesso
sento dire allora che le riunioni non servono, che se ne fanno anche troppe, o
che la colpa di tutto questo è in una carenza di “galateo aziendale” da parte
di chi vi partecipa.
Può
esserci del vero, ma diciamoci la verità: il difetto, di solito, è nel manico.
Voglio dire: se le persone arrivano
impreparate, è perché chi ha convocato la riunione accetta che siano
impreparate – o non ha chiarito bene gli obiettivi della riunione stessa.
Se il dibattito degenera in una
discussione infinita e sterile su “chi ha ragione”, la responsabilità è di chi
dovrebbe moderarlo: cioè in ultima analisi di chi ha indetto la riunione.
Riunioni
di dodici ore con altrettanti interventi, un ordine del giorno chilometrico (e
per finire la ciliegina sulla torta: le famigerate “varie ed eventuali” che
invariabilmente allungano il meeting di un’ora come minimo) sono una condanna
per chi vi partecipa, ma un errore per chi le ha concepite in questo modo.
E se una riunione finisce senza costrutto,
è perché chi doveva guidarla a una conclusione utile non lo ha fatto.
Di
frequente questi fenomeni visibili sono
però i sintomi di una carenza del manager: o nella gestione dei propri
collaboratori, che evidentemente non ha li saputi motivare o formare a dovere
per le riunioni, o nel suo processo di problem solving e decision making: per
cui, non avendo chiaro in testa il corretto processo di elaborazione delle
diagnosi o delle decisioni, ovviamente faticherà a guidare le riunioni con
efficienza.
I
comportamenti quotidiani del manager, anche riguardo alle riunioni, possono
quindi avere un peso importante sul funzionamento dell’azienda e – in
definitiva – sul suo conto economico.
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