DECISIONI SBAGLIATE?
Proseguiamo la serie di post sulle
inefficienze causate dal comportamento quotidiano dei manager, in termini di
gestione dei collaboratori o di problem solving & decision making.
Tra
le molte aziende che ho conosciuto in ventisei anni di attività consulenziale,
ce ne sono alcune che sarà per me impossibile dimenticare. Tra queste desidero
citarne una qui, il cui caso è particolarmente istruttivo.
Metà anni Novanta, Milano: l’azienda è
un marchio storico nel mercato delle calze da donna, con un’ottima immagine di
stile e qualità ma in crisi di fatturato. Il mercato è in contrazione di un 7%
da un paio d’anni, ma la cifra d’affari dell’azienda, che chiameremo
“Calzificio Rossi”, è in contrazione del 10-12% da un triennio –dal momento in
cui il titolare Renato, per raggiunti limiti d’età, ha lasciato il posto alla
figlia, Gianna Rossi.
Ossessionata dai costi, Gianna perse di
vista il problema vero: il fatturato.
Si diede così a contenere i costi sino all’assurdo (per esempio, e non sto
scherzando, i dipendenti dovevano portarsi la carta igienica da casa),
sottraendo linfa vitale all’azienda che, nel giro di pochi anni, semplicemente
scomparve dal mercato.
Molte
le scelte discutibili di Gianna, ma tra queste vorrei citare due classi di
decisioni che parlano da sole.
La
prima riguarda la
distribuzione. Per recuperare i fondi di magazzino, istituì
lo spaccio aziendale, che vendeva al pubblico le rimanenze - e in sé non ci sarebbe nulla di male, dato che
lo spaccio vendeva calze per 700 milioni di vecchie lire su un fatturato di
circa undici miliardi. L’errore fu di aprire lo spaccio a Milano per non
sostenere i costi del trasporto (lo si sarebbe potuto aprire per esempio in
Sardegna, una regione non coperta dalla rete commerciale), perdendo così quasi tutti i clienti dettaglianti della città, per un
valore annuo di un miliardo. Contemporaneamente
venne chiuso il magazzino di distribuzione di Roma perché i suoi tre
dipendenti rappresentavano un costo, ma
ciò allungò di molto i tempi di consegna nel Lazio, con una ulteriore grave
perdita di clientela.
La
seconda aveva a che vedere con la pubblicità. Dopo averla sostanzialmente azzerata per un
paio d’anni perché “costosa”, Gianna si lasciò convincere dal responsabile
marketing a riprenderla, ma si limitò a un investimento di una quarantina di
milioni di lire… in affissioni nelle stazioni della Metropolitana Milanese.
Insomma l’unica pubblicità sopravvissuta
era visibile solo dai cittadini di Milano, mentre l’emorragia di fatturato
riguardava l’Italia intera. A fronte di questo modesto – e mal distribuito
– investimento, Gianna aumentò i target di vendita di tutti gli agenti del 10%,
in un momento in cui, lo ripetiamo, il mercato perdeva il 7. Risultato? Un
drammatico calo dell’impegno degli agenti, in massima parte plurimandatari.
L’abito mentale del manager, che si
riverbera sui suoi comportamenti quotidiani, può quindi avere un peso importante sul
funzionamento dell’azienda e – in definitiva – sul suo conto economico.
Ricordo
che Gianna usava aprire le riunioni con i suoi manager con questa frase: “dite
i vostri pareri, li ascolto; tanto, poi, decido solo io” – in realtà, li
ascoltava molto poco.
La
cosa buffa, o tragica, è che Gianna era
tutt’altro che pazza. Anzi si trattava di una donna intelligente, con un
ascendente notevole sui collaboratori, che infatti obbedivano senza fiatare, e
devo dire non tanto per paura quanto proprio perché sentivano la sua
leadership.
Qualche
mio lettore potrà pensare che si tratti di un caso limite, e probabilmente ha
ragione. Tuttavia non è paradossale per la qualità degli errori, ma solo per il
fatto che si sono concentrati tutti nello stesso periodo, nella stessa azienda
e… nella stessa persona!
Ho
citato questa esperienza perché, nella sua assurdità, segnala e descrive bene a quali conseguenze può portare un manager
che ha in mano una struttura che funziona(va), ma non sa prendere decisioni.
Senza arrivare agli eccessi di Gianna,
quanti imprenditori o Direttori Generali possono dormire sonni tranquilli sulla
razionalità delle decisioni di tutti i loro manager?
Ancora una volta, sono le competenze
dei dirigenti che possono fare la differenza…
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