L'ESORDIO
LA PRIMA RIUNIONE DI UN GRUPPO DI COACHING
Dagli obiettivi dell'azienda a quelli dei coachee: alcune riflessioni e tecniche per il coach
nelle prime fasi del coaching di gruppo.
Con questo post prosegue la rubrica "pillole di coaching di gruppo" - tecniche utili per trainer e coach.
Tutti i contributi sono originali, e tratti dal "Manuale pratico di coaching di gruppo" che si può acquistare su "www.ilmiolibro.it", oppure ordinare presso una qualsiasi libreria Feltrinelli.
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Dopo la
fase di ambientamento, della quale abbiamo già detto, viene il momento in cui
il gruppo inizia a sviluppare un’identità collettiva. Ora, se il coach ha ben
lavorato, si comincia ad osservare un progressivo affermarsi della identità
gruppale. La formazione del gruppo
psicologico, lo abbiamo già visto, nasce dalla condivisione di un obiettivo.
Ci sono
molti modi per far condividere un obiettivo, ma in linea di massima si possono
raggruppare in due categorie.
- Enunciazione da parte del coach, che esplicita
che il mandato dell’azienda consiste in un determinato lavoro da svolgere
insieme per raggiungere un obiettivo preciso e predeterminato. L’obiettivo è
quindi etero-statuito, ed il gruppo quindi lavorerà obbedendo ad un ordine esterno.
- Definizione da parte del gruppo: qui il coach focalizza una situazione ben
nota a tutti, registra i motivi di insoddisfazione del gruppo nella situazione
attuale, e chiede a tutti di lavorare per definire un obiettivo comune che sia
ambizioso (i.e. per migliorare la condizione professionale del gruppo sotto qualche
punto di vista, come ad esempio lavorare con più armonia o minor fatica) ma accettabile da parte
dell’azienda. In questo caso l’obiettivo
è, nei limiti tracciati dall’azienda, auto-statuito, e il gruppo lavorerà
seguendo una esigenza da tutti sentita come propria.
Ovviamente
la prima soluzione è più semplice, ma non è affatto la più efficace. Poniamo,
ad esempio, che un Direttore Commerciale debba far condividere ai suoi Capi
Area che l’anno prossimo occorrerà incrementare le vendite del prodotto “X” del
7,5%, acquisendo nuova clientela tra i dettaglianti. E supponiamo che il lavoro
del gruppo serva ad elaborare tattiche per il raggiungimento di tale obiettivo.
Se il Direttore Commerciale vorrà regolarsi
nel modo tradizionale, si limiterà ad enunciare l’obiettivo
(“Dobbiamo aumentare del 7,5% le vendite del prodotto X acquisendo nuovi
clienti al dettaglio”), per poi coinvolgere le persone nel lavoro di gruppo
(“l’azienda ci ha chiesto di elaborare una serie di tattiche che ci sembrano
utili, ferma restando la politica di marketing, per raggiungere questo
risultato”).
Se invece vorrà far definire al gruppo
stesso tale obiettivo, potrà chiedere al gruppo di stimare
di quanto il risultato finale potrebbe essere superiore al sette per cento, oppure chiedere subito al gruppo di
elaborare argomentari di vendita che
si possano considerare validi per incrementare le vendite del sette per cento, utilizzando poi la
maieutica nella seconda parte della riunione – nello stesso modo che abbiamo
appena visto - per far condividere l’obiettivo economico del 7,5%.
Nel caso di interventi più complessi, di
vero e proprio coaching di gruppo a tutto titolo, facciamo un altro esempio: un
gruppo di manager (direttore commerciale, amministrativo, del personale, di
produzione, ITC, logistica) viene riunito affrontare il fatto che da sempre
ciascuno lavora da solo, pensando agli interessi del proprio settore, e che si
deve invece elaborare un piano per passare a una prassi di squadra. In questo
caso, l’input dell’azienda è chiaro ma assai generico, e lascia al gruppo un
ampio margine discrezionale.
In un
caso come questo, l’approccio migliore consisterà nel dedicare la prima
riunione ad analizzare insieme la situazione attuale, facendo emergere dal
gruppo stesso che il problema è rappresentato da una sua insufficiente
coesione. Ciò potrà esser fatto con delle esercitazioni mirate, e al termine di
questa sensibilizzazione il gruppo dovrà collettivamente identificare gli
obiettivi finali (Che tipo di gruppo
vogliamo?), ma anche come raggiungerli,
cioè le modalità operative concrete.
Chiunque
abbia esperienza di formazione o coaching sa bene che non è possibile insegnare
nulla a nessuno, e nemmeno allenarne le abilità, se costui non si impegna.
Non è
questa la sede per una trattazione esaustiva sul fenomeno della motivazione, ma
ai nostri fini basta ricorrere alla distinzione classica tra motivazione
estrinseca ed intrinseca.
La
motivazione estrinseca è slegata dal compito in sé, e dipende da fattori
esterni (premi e punizioni). Sul lavoro, una tipica motivazione estrinseca è la
retribuzione, o il timore di sanzioni disciplinari. Nel caso della formazione o
del coaching, la motivazione estrinseca più comune è data dal fatto che
“l’azienda vuole così”, e si presume che convenga più adeguarsi – o fingere una
certa adesione intellettuale –che porre in essere comportamenti di aperta
resistenza.
La
motivazione intrinseca è invece strettamente legata al compito e ai suoi
obiettivi specifici, e genera un grado di coinvolgimento assai più profondo, e
con effetti più duraturi. Essa nasce dalla gratificazione che si riceve dal
semplice svolgere quel compito: perché è gradevole, o perché vi si trova una
corrispondenza particolare con i propri talenti, o ancora perché quell’attività
ha per l’individuo un senso profondo in termini di valore (ideale,
esistenziale, professionale, eccetera).
Inutile
dire che la motivazione che il coach deve sforzarsi di ottenere dal gruppo è
intrinseca. E’ meglio che il lavoro del gruppo sia gradevole per i coachee, ma
certo sarà faticoso e in certe situazioni anche difficile. Non è scontato che il coaching di gruppo,
come metodo di lavoro, possa contare su particolari attitudini di tutti i
coachee. Ciò che invece bisogna cercare
di ottenere è che il lavoro abbia, agli occhi del gruppo, un senso. Un senso
nobile, per un futuro migliore.
Su questo
occorre essere molto netti: se il gruppo non si emoziona per un traguardo abbastanza
ambizioso, che segni una svolta nella vita professionale di ciascuno in seno a
quell’azienda; se non riconosce un valore particolare in termini ideali o
professionali a ciò che ci si sta accingendo a fare insieme, il coaching ha
poche possibilità di successo. Se ciò
non avviene, il gruppo potrà magari trovare gradevole stare insieme a “giocare”
in compagnia di un coach, ma non troverà dentro di sé le energie più autentiche
per mettersi davvero in discussione, per innescare un reale cambiamento.
Trovare un
obiettivo, in sé, non è difficile, né lo è, di norma, farlo condividere: come
minimo, esso coinciderà con il mandato che l’azienda ha conferito al coach. Non
fosse che per amor di quieto vivere, le persone di solito lo accettano.
Tuttavia, come si è detto, si tratta di un obiettivo generatosi al di fuori del
gruppo, e quindi le persone difficilmente lo sentiranno davvero come proprio.
Occorre
quindi che, nell’ambito delimitato dagli obiettivi dell’azienda, il gruppo
trovi, immagini, sviluppi un obiettivo che sia davvero suo.
A questo
proposito, il coach non deve mai dimenticare che l’obiettivo dell’azienda
descrive il punto di vista aziendale su una problematica che – con ogni
probabilità – è sentita da tutti.
Per
esempio, si supponga che la direzione aziendale abbia dato come mandato al
coach di condurre il gruppo a una maggior sensibilità nel motivare il
personale. Ci si può scommettere: la motivazione dei loro collaboratori sarà
percepita da molti di loro come un problema, e non chiederanno di meglio che
individuare insieme dei comportamenti che potranno aiutarli a ottenere un clima
migliore, un impegno più intenso, una partecipazione più attiva. Non c’è però da
dubitare che inizialmente essi individueranno fuori da sé le cause del
problema: è umano. Ciò non toglie che la soluzione del problema sarà un
obiettivo agognato da tutti.
Come si vede,
però, concentrarsi sugli aspetti negativi della questione – quale essa sia –
non porta da nessuna parte. Si rischia di avviarsi attorno a interminabili
discussioni sul perché i manager non propongano soluzioni, o perché il
personale non è motivato come si vorrebbe. Si corre il pericolo di veder
contrapposta la visione aziendale, per la quale probabilmente i manager sono
stati sino ad ora parte del problema, a quella dei manager stessi, secondo i
quali – è quasi certo – la causa sarà da individuare ovunque, ma non nei loro
comportamenti.
Questa
fase di descrizione del problema al negativo è inevitabile, e occorre lasciare
che il gruppo si sfoghi. Ma bisogna ricondurlo con comprensione, ma con
fermezza, ad andare oltre, a definire la soluzione, più che a descrivere il
problema. Queste due facce del problem setting, una al negativo e una al
positivo, sono quelle che nel gergo del coaching umanistico vengono chiamate
rispettivamente “funzione Alfa” e “funzione Omega”, e le affronteremo nel
prossimo post.
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