GESTIRE CON I COACHEE
LE PICCOLE
VITTORIE E SCONFITTE
T4 - Tutorship - Tra una riunione e l'altra, il coach si trasforma in tutor, per monitorare i progressi di ciascuno, raccoglierne le esperienze, stimolare l'applicazione dei comportamenti-bersaglio che si stanno apprendendo.
L'errore, l'insuccesso, è probabilmente il primo nemico dell'apprendimento.
Si tratta infatti di una situazione altamente frustrante, che però purtroppo si verifica molto frequentemente.
Chi ha preso parte a un seminario, a un coso di formazione comportamentale, magari gestito da un traner di ottimo livello, se ne torna al lavoro, il giorno dopo, carico di entusiasmo.
La riunione formativa gli ha aperto nuovi orizzonti, sente di avere tra le mani una grande opportunità per lavorare meglio, ottenere risultati migliori, mettersi in luce, o semplicemente far meno fatica.
Ha la sensazione di aver compreso le tecniche apprese, e di essere in grado di applicarle.
Sa bene di non essersene ancora impadronito del tutto, ma è fiducioso di poter cominciare ad utilizzarle con confortanti risultati.
Nella parte finale del corso, probabilmente, avrà partecipato a prove pratiche, forse a dei role playing, al termine dei quali il trainer - insieme a qualche garbata correzione, gli avrà dato ampi segnali di incoraggiamento, il che lo induce a ritenere di essere già sufficientemente all'altezza della nuova sfida.
Ammesso e non concesso che il caos del sistema, nel quale si ritrova di colpo catapultato (spesso con una valanga di arretrati che si sono accumulati nel frattempo), non lo ostacoli troppo, egli a questo punto proverà le nuove tecniche, i nuovi comportamenti. A questo punto accadono tre cose.
a) ottiene dei buoni risultati, ma seguendo dei percorsi non del tutto ortodossi, perché la realtà che gli si è presentata davanti non era esattamente uguale alle situazioni "sperimentali" affrontate nel corso; ciò lo lascia perplesso, comincia ad avere dei dubbi, non dispone di una chiave di lettura che gli consenta di capire perché ciononostante egli abbia avuto successo, e soprattutto non gli è chiaro dove e in che modo la tecnica lo abbia aiutato e dove non sia stata applicata;
b) la realtà, per come gli si presenta, non gli dà la sensazione (a torto o a ragione) di poter applicare la tecnica così come l'ha appresa, così per il momento soprassiede, senza riuscir bene a capire se avrebbe dovuto ugualmente tentare oppure no;
c) prova ad applicare la tecnica, ma non essendo ancora un esperto commette errori od omissioni, magari non si accorge di aver invertito l'ordine di certi passaggi; cosicché il risultato è molto inferiore alle sue attese, senza che lui possa capire fino in fondo dove e perché ha sbagliato.
Se la persona è perseverante, è assai probabile che, tentando e ritentando, queste tre situazioni si verifichino tutte. Il risultato, per la sua motivazione ad apprendere, rischia di essere devastante. Scoraggiato, abbandonato a sé stesso, senza nessuno che lo aiuti a capire il perché dei suoi insuccessi e degli eventuali successi, pressato da un ambiente che ovviamente non collabora più che tanto, progressivamente comincia a temere i propri stessi errori. E si rifugia nelle vecchie abitudini, borbottando tra sé e sé che evidentemente il coso non gli ha giovato come credeva, forse perché le nuove tecniche non sono nelle sue corde, o magari perché "era tutta teoria, e la mia realtà è diversa da quanto descritto nel corso".
Per ovviare a questi rischi, il metodo TiPERSEI prescrive che il coach, tra una riunione e l'altra, si trasformi in tutor, e segua a distanza (via telefono, email o in videoconferenza) i vari coachee, per stimolarli ad applicare i comportamenti-bersaglio, risolvendo i loro dubbi, rispiegando le tecniche, sostenendoli nella motivazione, ma soprattutto fornendo loro una chiave di lettura degli esiti dei loro tentativi.
A volte questa tutorship si trasforma in vere e proprie sessioni di coaching individuale.
I dati ci dicono che questo principio del metodo, se correttamente applicato, può moltiplicare per due la sua efficacia globale.

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