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giovedì 18 ottobre 2012

I sei principi del metodo TiPERSEI - f


AIUTARE I COACHEE A TROVARE
IL PROPRIO STILE NATURALE



T5 - Traduzione personale - In ogni riunione, il tempo dedicato alla didattica classica non eccede mai il 33%. Nel tempo restante, oltre a esercitazioni, filmati, role playing, si stimolano i componenti del gruppo ad immaginare il proprio modo personale per l'utilizzo immediato dei principi appresi  - cioè dei comportamenti-bersaglio stessi.

Nella formazione il trainer ha solo il tempo di “mimare” i comportamenti per trasmettere un’idea di come vadano declinati in concreto, e di farli provare una o due volte.
Come quando si insegna uno sport, teoricamente si avrebbe bisogno di far ripetere il “gesto” molte decine di volte, finché il “discente” non riuscirà a restituircelo uguale a come il docente se lo aspetta.

Ma anche prescindendo dall’elemento-tempo, si tratta pur sempre di comportamenti enormemente più complessi di un gesto atletico. Una cosa è far imparare la corretta posizione per effettuare una curva sugli sci, o per tirare con l’arco; tutt’altra questione è insegnare a un manager, per esempio, ad essere autentico e credibile nel criticare costruttivamente un collaboratore.

Colui che sta apprendendo, durante il corso ha solo la possibilità di capire cosa sia opportuno fare, ma non di come farlo. Può farsene una vaga idea nel momento in cui osserva il trainer “mimare” il comportamento, o mentre si commentano i role playing. Ma rimane un’idea vaga, e per di più creatasi in una situazione sperimentale, artificiosa.

Quando si troverà a dover criticare davvero un collaboratore, il nostro manager tenterà di atteggiarsi come ha visto fare al trainer, o come ritiene di dover atteggiarsi secondo le sue indicazioni. Ma non si atteggerà secondo le sue personali inclinazioni, secondo il suo stile naturale, adottando cioè il registro di comunicazione che, sia pure nel rispetto della tecnica che ha appreso, risponde alle caratteristiche della sua personalità.

Questa operazione di “traduzione personale” consiste nel trasferire i contenuti della tecnica nel linguaggio verbale, non verbale e paraverbale che più si avvicina al naturale comportamento della persona. Si tratta di un’operazione cognitiva ed emozionale che solo il diretto interessato – il discente – può effettuare. Ma è ben raro che il povero discente, dopo il corso, trovi in sé un sufficiente grado di consapevolezza.

Si tratta quindi di una operazione che va innescata, stimolata e guidata in sede di training, da parte del coach. In questo le tecniche di coaching sono insostituibili, perché in questo senso il coach – diversamente dal trainer - non dà consigli. Come scrive giustamente un guru del coaching, John Whitmore, ““Se io vi do un consiglio, soprattutto se non richiesto, e voi lo seguite, ma ottenete un pessimo risultato, che cosa fate? Darete la colpa a me, ovviamente, il che è una chiara indicazione di dove voi vedete che la responsabilità risiede.”

Per questa ragione, ogni riunione condotta con il metodo TiPERSEI si chiude con una breve sessione nella quale ogni coachee è chiamato a immaginare e a mimare le modalità concrete con le quali si sentirà di adottare il nuovo comportamento. Una volta fissata nella memoria questa nuova modalità d’azione, sarà meglio in grado di sperimentarla sul campo, in vista della riunione successiva.

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