AIUTARE I COACHEE A TROVARE
IL PROPRIO STILE NATURALE
T5 - Traduzione
personale - In ogni riunione, il tempo dedicato
alla didattica classica non eccede mai il 33%. Nel tempo restante, oltre a
esercitazioni, filmati, role playing, si stimolano i componenti del gruppo ad immaginare il proprio
modo personale per l'utilizzo immediato dei principi
appresi - cioè dei comportamenti-bersaglio stessi.
Nella
formazione il trainer ha solo il tempo di “mimare” i comportamenti per
trasmettere un’idea di come vadano declinati in concreto, e di farli provare
una o due volte.
Come
quando si insegna uno sport, teoricamente si avrebbe bisogno di far ripetere il
“gesto” molte decine di volte, finché il “discente” non riuscirà a
restituircelo uguale a come il docente se lo aspetta.
Ma
anche prescindendo dall’elemento-tempo, si tratta pur sempre di comportamenti
enormemente più complessi di un gesto atletico. Una cosa è far imparare la
corretta posizione per effettuare una curva sugli sci, o per tirare con l’arco;
tutt’altra questione è insegnare a un manager, per esempio, ad essere autentico
e credibile nel criticare costruttivamente un collaboratore.
Colui
che sta apprendendo, durante il corso ha solo la possibilità di capire cosa sia
opportuno fare, ma non di come farlo. Può farsene una vaga idea nel momento in
cui osserva il trainer “mimare” il comportamento, o mentre si commentano i role
playing. Ma rimane un’idea vaga, e per di più creatasi in una situazione
sperimentale, artificiosa.
Quando
si troverà a dover criticare davvero un collaboratore, il nostro manager tenterà
di atteggiarsi come ha visto fare al trainer, o come ritiene di dover
atteggiarsi secondo le sue indicazioni. Ma non si atteggerà secondo le sue
personali inclinazioni, secondo il suo stile naturale, adottando cioè il registro
di comunicazione che, sia pure nel rispetto della tecnica che ha appreso,
risponde alle caratteristiche della sua personalità.
Questa
operazione di “traduzione personale” consiste nel trasferire i contenuti della
tecnica nel linguaggio verbale, non verbale e paraverbale che più si avvicina
al naturale comportamento della persona. Si tratta di un’operazione cognitiva
ed emozionale che solo il diretto interessato – il discente – può effettuare. Ma
è ben raro che il povero discente, dopo il corso, trovi in sé un sufficiente
grado di consapevolezza.
Si
tratta quindi di una operazione che va innescata, stimolata e guidata in sede
di training, da parte del coach. In questo le tecniche di coaching sono
insostituibili, perché in questo senso il coach – diversamente dal trainer - non
dà consigli. Come scrive giustamente un guru del coaching, John Whitmore, ““Se io vi do un consiglio, soprattutto se
non richiesto, e voi lo seguite, ma ottenete un pessimo risultato, che cosa
fate? Darete la colpa a me, ovviamente, il che è una chiara indicazione di dove
voi vedete che la responsabilità risiede.”
Per
questa ragione, ogni riunione condotta con il metodo TiPERSEI si chiude con una
breve sessione nella quale ogni coachee è chiamato a immaginare e a mimare le
modalità concrete con le quali si sentirà di adottare il nuovo comportamento. Una
volta fissata nella memoria questa nuova modalità d’azione, sarà meglio in
grado di sperimentarla sul campo, in vista della riunione successiva.

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